sabato 11 settembre 2010

La moto mi ha salvata dal cancro.



Dal sito: motocicliste.com

di: Laura.

D'improvviso un giorno, come un fulmine a ciel sereno, arriva la diagnosi. Tumore. 5 centimetri. Terapia, chemio, radio, operazione, ospedale, medici, visite controlli. Le statistiche non sono buone, entro due o tre anni ci sono altissime possibilità che torni, ma se torna non c'è scampo, in genere.
Davanti a me il vuoto. Non ero preparata. Nessuno mi aveva avvertito di una possibilità del genere, che pensi sempre possa capitare ad altri, non a te. Nessuno poi mi aveva detto che quando la notizia arriva, arriva tutta d'un colpo, senza preparazione, un normalissimo giorno in cui tu pensavi di andare a cena fuori con gli amici, e fare il tuo lavoro come sempre, e invece no, te ne stai li, con la tua notizia: cancro.
Non avevo mai avuto un obiettivo nella vita. Avevo sempre vissuto giorno per giorno, col mio lavoro di commessa, mamma e papà la domenica, i ragazzi che cambiavano senza preoccuparmi se un giorno avrei avuto o no una famiglia. La moto era la mia unica meta, il mio unico svago, la mia passione, quella per cui avevo rinunciato a fidanzati, quella per cui avevo iniziato a lavorare presto, per potermela comprare.
Ho pochi anni davanti e il vuoto in questi anni mi dissi. L'idea che potessi rientrare in quel 20-30 per cento di statistica positiva non mi sfiorava. Non so perchè. Forse perchè in fondo non mi interessava vivere se questo significava continuare a fare la vita di prima.
E allora la decisione fu inevitabile.
Dopo l'operazione non completai neanche i cicli di chemio previsti e feci un'altra cosa. Quello che in fondo avevo sempre sognato ma non avevo mai avuto il coraggio di fare.
Presi la mia Virago, la sistemai alla perfezione cambiando i pezzi che erano più facilmente soggetti ad usura perchè volevo evitare di trovarmi in territorio straniero e cercare un meccanico senza sapere la lingua, mi licenziai, presi la liquidazione. 
E partii.
Se dovevo morire volevo farlo in moto andando incontro alla morte, senza aspettarla docilmente con i controlli periodici, le visite, e conducendo una vita sempre uguale che era in realtà già una morte quotidiana.
Niente visite. Niente controlli. Niente medicine. Niente di niente.
Avrei fatto camminare la mia moto finchè non si fosse rotta, e avrei fatto camminare il mio corpo finchè non si fosse rotto da solo.
Due corpi che andavano verso la fine.
Due anime fuse insieme. Che avrebbero marciato insieme. 
Feci il calcolo che la somma mi dovesse bastare per tre anni. Calcolai diecimila lire di benzina al giorno (che poi di li a poco si sarebbero trasformati in euro). Circa 9 milioni di lire di benzina l'anno. Una o due notti di albergo a settimana, altri 5 milioni, i restanti giorni avrei dormito in tenda.
Con 40 milioni di lire sul conto, tutta la liquidazione e i risparmi di 20 anni di lavoro, partii.
La moto era stracarica, ma la mia Virago non sentiva la fatica.
Milano.
Sanremo.
Francia. 
Spagna.
Strada, soste, pioggia, sole, città, paesi. Viaggiavo. Viaggiavo solamente. Lentamente. Guardando i paesaggi. Cercando di vedere tutto quello che non avrei più rivisto. Tutto quello che mi sarei persa nei prossimi anni.
Se pioveva mi fermavo in un punto riparato, poteva essere un bar, un ristorante, o talvolta anche solo una tettoia, e aspettavo finisse. Non avevo fretta. avevo tutto il tempo del mondo. Anzi, talvolta pensavo che la pioggia venisse a dirmi che forse era caso di fermarmi perchè doveva darmi il tempo di riflettere, su me, sul mio passato, sulla mia vita che non era vita.
Il primo inverno lo passai in Marocco, dove potevo stare al caldo.
Talvolta entravo in paesi o in zone che non sapevo collocare nella carta geografica. A volte mi accorgevo di aver girato per settimane in tondo. 
I capelli mi erano ricresciuti in fretta ma li tenevo sempre cortissimi perchè con il casco li trovavo più comodi. Inoltre in questo modo sembravo un maschio, e questo mi faceva sentire più sicura. Del resto non sono mai stata molto femminile. 
Quando pioveva talvolta mi rifugiavo in alberghi, scoprendo che all'estero sono più economici che in Italia, e che il mio calcolo per l'albergo era stato anche eccessivo. Mi restavano quindi anche dei soldi per permettermi piccoli lussi, come un nuovo giubbotto di pelle che non mi facesse entrare l'acqua come quello che mi ero portato dietro all'inizio.
Quando si va in moto, del resto, i lussi da concedersi sono pochi. Le sigarette, il portasigaretta con l'immagine del luogo dove hai dormito. E poco altro. Nelle borse non c'entra nulla.
Anche il cibo mi costò meno di quanto avessi calcolato, perchè finii per mangiare pochissimo, per essere più in forma durante il viaggio e non appesantirmi lo stomaco. 
Alcuni posti dove mi fermai per più giorni mi sono rimasti impressi, di altri mi è rimasto solo il ricordo, un immagine, dei suoni, o dei sapori.
Almonte, Merida, Palencia, Carcassonne, Gueret, Amboise, Epinal, Friburgo, Bamberg, Olomuc, Blansko. Monti, colline, laghi, paesi sperduti, tante vite, lavori, campagne, paesaggi, sapori tutto scorreva.
Con gli amici avevo tagliato i ponti. La loro reazione di fuga alla mia malattia mi aveva insegnato che l'amicizia è una cosa troppo evanescente per poterci contare.
Nessuna telefonata, nessun rimpianto, solo qualche occasionale telefonata ai miei con cui comunque non sapevo cosa dire, perchè non avevano capito la mia scelta. E' pazza dicevano.... la malattia l'ha fatta impazzire ed è partota con la moto per non si sa dove".
In realtà io sapevo benissimo dove stavo andando: incontro alla morte, ma se dovevo andare incontro alla morte, volevo che fosse viaggiando, volevo andargli incontro io e non volevo aspettarla.


Fu un un giorno, a Bordeaux, che capitai a Plum Village e conobbi un monaco Vietnamita. Li mi fermai per tre mesi ospitata da alcuni motociclisti del luogo che lavoravano presso il centro. 
Erano passati tre anni,  e io ero ancora li. Avendo finito i soldi (che a quel punto erano diventati euro) rimasi li a lavorare e a meditare.
Fu li che mi accorsi di tante cose.
Mi accorsi anzitutto che non c'era mai stata tristezza nel mio viaggio. Il mondo mi era passato ai lati, davanti, e dietro, come un film. E io avevo vissuto come si vive un film. Guardando. Talvolta poteva affiorare forse qualche momento di noia, altre di euforia (quando mi fermai per una settimana al ritiro di Besancon, o quando in un albergo di Vilnius il proprietario mi invitò a restare due settimane per aiutarlo nel lavoro, non facendomi pagare l'alloggio, perchè aveva una comitiva di italiani; o quando rimasi quindici giorni in un albergo di Damasco perchè ero stata assalita da un febbrone da cavallo, e al termine dei quindici giorni in cui il bellissimo albergatore non mi fece pagare nulla, mi disse: ho capito che tu non sei una donna ordinaria, e non posso chiederti di rimanere per sempre; però potrai tornare quando vuoi, e sarai sempre mia ospite e se io non ci fossi più quando tornerai lascerò detto che per te il soggiorno deve essere sempre gratis. Hai una casa qui).
Mi accorsi che erano passati tre anni e tre mesi. Ed ero ancora sana, e viva. Avevo superato la statistica.
Lo strano e dolcissimo monaco che dirigeva il Plum Willage, dal nome irripetibile e impronunciabile, ascoltando il mio racconto, mi disse: la pace è ad ogni passo, e fa gioioso il sentiero senza fine. Ti sei ammalata perchè eri priva di meta e infelice. Adesso sei ancora sana. Lo sarai fino a che continuerai ad avere una meta e finchè sarai felice. La gente, che lo sappia o no, muore solo quando ha raggiunto la meta che lo attende.

Ma perchè sono viva? E cosa devo fare per continuare a vivere, chiesi.

Sei viva perchè hai fatto quello che si deve fare per vivere e non per morire. Vivere giorno per giorno, mangiare poco, stare fissi sulla meta, che è il viaggio, non la destinazione finale, non pensare alle cose negative, niente controlli, visite, statistiche, che ti fanno concentrare sulla morte e non sulla vita.
Ti sei concentrata sulla vita, e il tuo corpo ha risposto.
Finchè ti concentrerai sulla vita, vivrai.
Quando ti concentrerai sulla morte, prima o poi morirai. Ma pensare solo alla pensione, al lavoro, e condurre una vita senza senso è già morire.

Avevo finito i soldi, e dovetti tornare a Milano dai miei. A 38 anni non fu facile ricominciare a stare coi miei, ma questa volta l'atmosfera in famiglia era diversa, perchè mi consideravano una strana matta che era riuscita a sopravvivere all'inferno.
La mia Virago, che aveva fatto 100.000 km in tre anni, non si era mai rotta, nè ho dovuto mai cambiare un pezzo durante il viaggio. Si ruppe la leva del cambio proprio il giorno in cui arrivai a Milano, mentre stavo entrando nel garage e stavo riponendo la moto in garage.
Sono passati altri sei anni e a 44 sono ancora viva. Oggi organizzo viaggi in moto per il Plum Village, dove la gente può fare corsi di meditazione e apprendere le tecniche del monaco vietnamita.
Io non ho avuto mai bisogno di meditare, perchè ogni giorno la mia vita è diventata una meditazione. E tutto quello che faccio è meditazione, e fa parte del viaggio.
Non avevo capito che la mia meta era già davanti a me. Ho fatto 100.000 km per capire che il viaggio è ogni giorno. Che la felicità è solo una condizione interiore, e non dipende dalle cose che si fanno, ma da come stiamo noi internamente.  E talvolta puoi trovarla anche andando incontro alla morte. E che la meta può essere anche la moto, e io quella meta ce l'avevo ma non mi ero mai accorta di averla. Avevo lasciato la meta in garage e probabilmente per questo mi era arrivato il cancro. E' come se un giorno fosse arrivato lui, per dirmi "togli la moto dal garage, ma fallo presto, questa vita è solo una").
Anche la mia Virago, oggi, ha oltre 300.000 km, ma contro tutte le statistiche, è ancora marciante.



2 commenti:

Andrea Z. ha detto...

racconto meraviglioso, tanta stima!

M5G ha detto...

La tua storia mi ha emozionato.
Se mai un giorno dovessi incontrarti a Milano mi piacerebbe che tu mi raccontassi altro. E poi la Virago 250 è stata la mia prima moto.
Un abbraccio forte.